Fanni Kopácsi entra al Casino delle Muse: l’arte tessile come memoria e trasformazione
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La galleria d'arte Il Casino delle Muse di Palermo accoglie nel proprio progetto curatoriale Fanni Kopácsi, artista ungherese la cui ricerca attraversa scultura tessile, pittura e installazione. Il suo ingresso amplia il dialogo internazionale della Galleria e introduce una pratica fondata sulla capacità della materia di conservare esperienze, trasformazioni e tracce del vissuto. Tessuti recuperati, abiti dismessi, cuciture e stratificazioni non vengono utilizzati come semplici materiali alternativi, ma come frammenti di una memoria che l’artista sottrae alla dimenticanza e restituisce allo sguardo. Nelle sue opere ciò che è consumato non viene riportato a una condizione originaria: acquista una nuova identità, senza perdere le tracce della propria storia.

Una formazione tra manualità e conservazione
Nata a Budapest nel 1991, Fanni Kopácsi si forma presso la Secondary School of Visual Arts della capitale ungherese, conseguendo il diploma con specializzazione in legatoria artistica. Questo percorso le permette di conoscere da vicino la struttura dei materiali, i processi di assemblaggio e le tecniche attraverso cui un oggetto può essere custodito, riparato e trasmesso. La legatoria non rappresenta soltanto un antecedente tecnico della sua produzione, ma introduce un principio che continuerà ad accompagnarne la ricerca: ogni materia possiede una storia e ogni intervento implica una responsabilità nei confronti di ciò che è già esistito.
Il tessuto come archivio del vissuto
Nelle opere di Kopácsi il tessuto non è mai una superficie neutra. Un indumento porta con sé il contatto con il corpo, una stoffa usurata conserva il segno del tempo, mentre una piega può registrare abitudini, gesti e presenze ormai assenti. Recuperando questi materiali, l’artista non si limita a salvarli dalla dispersione, ma riconosce la loro capacità di funzionare come archivi involontari. Ogni frammento contiene una memoria non necessariamente ricostruibile, ma ancora percepibile attraverso la consistenza, l’usura e la fragilità. La materia diventa così una testimonianza silenziosa di esperienze che non possono più essere raccontate in modo lineare.

Cucire non significa cancellare la frattura
La cucitura occupa un ruolo centrale nel linguaggio dell’artista. Tradizionalmente associata alla riparazione, nelle sue opere non viene utilizzata per nascondere una rottura o restituire al materiale un’apparente integrità. Il filo riconosce la separazione, la attraversa e la rende visibile. La ferita non viene eliminata, ma diventa parte della nuova forma. In questa prospettiva, cucire significa accettare che ogni ricomposizione conservi il ricordo di ciò che si è spezzato. L’opera non propone quindi un’immagine idealizzata della rinascita, ma una trasformazione nella quale fragilità e resistenza continuano a convivere.
Dal recupero della materia a un’etica della cura
L’impiego di tessuti dismessi introduce inevitabilmente una riflessione sulla sostenibilità, ma la ricerca di Kopácsi supera la semplice pratica del riuso. Il materiale recuperato non viene scelto soltanto perché disponibile o ecologicamente responsabile: viene accolto perché possiede già un’identità. L’artista gli dedica tempo, ascolto e attenzione, opponendo alla velocità del consumo un processo lento di manipolazione. La sua pratica suggerisce così una possibile etica della cura, fondata non sulla cancellazione del passato, ma sulla capacità di riconoscere valore anche in ciò che la produzione contemporanea considera esaurito, marginale o sostituibile.

La superficie diventa corpo
Attraverso accumuli, pieghe, cuciture e drappeggi, la materia tessile abbandona progressivamente la propria bidimensionalità. Le superfici sembrano gonfiarsi, contrarsi o assumere la forma di corpi incompleti, membrane e presenze organiche. Il tessuto può evocare una pelle, un velo protettivo o una struttura vulnerabile esposta allo spazio. Questa ambiguità impedisce all’opera di essere percepita come semplice composizione decorativa: la materia sembra possedere una propria tensione interna e coinvolge lo spettatore attraverso una dimensione insieme fisica e psicologica.
Il filo come relazione e non soltanto come tecnica
Il filo unisce elementi separati, ma nello stesso tempo rende evidente la distanza che esiste tra loro. È proprio questa doppia funzione a conferirgli un valore simbolico. Nella ricerca di Kopácsi la cucitura può essere letta come una forma di relazione: mette in contatto frammenti differenti senza annullarne l’autonomia. Ogni parte rimane riconoscibile e, contemporaneamente, partecipa a una nuova struttura. L’opera suggerisce così che una relazione autentica non nasce necessariamente dalla fusione o dall’uniformità, ma dalla possibilità di costruire vicinanza rispettando differenze, discontinuità e memorie individuali.
Un’affinità poetica con la ricerca di Maria Lai
La pratica di Fanni Kopácsi può entrare in risonanza con alcune delle esperienze più significative dell’arte tessile contemporanea e, in particolare, con la lezione di Maria Lai. Non si tratta di stabilire una discendenza formale o di sovrapporre due percorsi profondamente diversi, ma di riconoscere una comune fiducia nella capacità del filo di diventare linguaggio. In Maria Lai il gesto del cucire costruisce racconti, legami e geografie affettive; in Kopácsi il filo attraversa la memoria dei materiali e ne rende leggibili le fratture. In entrambe le ricerche, la tecnica tradizionalmente associata alla dimensione domestica si emancipa dalla propria funzione originaria e diventa strumento di conoscenza.

La materia non rappresenta la memoria: la contiene
Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca di Kopácsi risiede nel superamento della distinzione tra materia e significato. Il tessuto non viene impiegato per illustrare metaforicamente un ricordo: è esso stesso la presenza fisica di una memoria. La sua usura non simula il passare del tempo, ma ne costituisce una conseguenza concreta. In questo senso l’artista non costruisce immagini della fragilità, bensì lavora direttamente con materiali fragili; non descrive l’abbandono, ma interviene su ciò che è stato realmente abbandonato. È questa coincidenza tra forma e storia a conferire alle opere una particolare intensità emotiva.
Palermo e la capacità della superficie di diventare racconto
La collaborazione con Il Casino delle Muse acquista un significato particolare a Palermo, città nella quale la trasformazione della materia possiede una lunga e complessa storia visiva. Negli oratori decorati da Giacomo Serpotta, lo stucco perde la propria condizione ordinaria e diventa figura, movimento, allegoria e spazio teatrale. Pur appartenendo a epoche e linguaggi lontani, Serpotta e Kopácsi condividono la capacità di rendere attiva la superficie. Il primo modella il bianco fino a trasformarlo in apparizione; l’artista ungherese piega, cuce e stratifica il tessuto fino a conferirgli una presenza corporea. In entrambi i casi, la materia non rimane il supporto di una narrazione, ma diviene il luogo stesso nel quale il racconto prende forma.
Un’opera che modifica lo spazio
Le installazioni tessili di Kopácsi non si limitano a occupare un ambiente, ma ne alterano la percezione. La morbidezza dei materiali entra in rapporto con l’architettura, mentre drappeggi e volumi introducono una dimensione instabile, capace di cambiare a seconda della luce e del punto di osservazione. Lo spettatore non incontra una superficie chiusa, ma una presenza che sembra espandersi nello spazio e chiedere di essere attraversata visivamente. La fragilità del tessuto si confronta così con la solidità delle pareti, trasformando l’esposizione in una relazione tra corpo, materia e ambiente.
Un percorso sviluppato nel contesto europeo
La ricerca di Fanni Kopácsi si è articolata attraverso mostre, installazioni e collaborazioni in diversi contesti internazionali. Il suo lavoro è stato presentato, tra gli altri, al Palau Martorell di Barcellona e al New Art Exchange di Nottingham, oltre che nell’ambito di progetti con la Galería Arteria e la Uxval Gochez Gallery. Nel 2022 l’artista ha ricevuto il Primo Premio VersionaThyssen XV presso il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid e nel 2023 è stata selezionata per il XV Symposium of Contemporary Art Scampia di Napoli. Esperienze differenti, accomunate dalla capacità della sua pratica di dialogare con temi universali come identità, vulnerabilità, trasformazione e memoria collettiva.
L’ingresso di Fanni Kopácsi rafforza il percorso internazionale del Casino delle Muse e la volontà della Galleria di costruire connessioni tra Palermo, la Sicilia e le più sensibili esperienze della ricerca europea. La sua opera introduce nel programma curatoriale una riflessione sulla materia intesa non come elemento passivo, ma come soggetto capace di conservare storie e generare nuove possibilità di senso. La collaborazione non nasce soltanto dall’interesse per una tecnica o per un linguaggio, ma dalla condivisione di una visione nella quale l’arte contemporanea diventa strumento di relazione tra culture, esperienze e memorie differenti.
Quando la materia ricomincia a parlare
Il lavoro di Fanni Kopácsi dimostra che nulla torna veramente come prima dopo essere stato trasformato. I tessuti recuperati non vengono restaurati per cancellarne il passato, ma ricomposti affinché quel passato possa continuare a produrre significato. La cucitura diventa una scrittura, la piega una traccia e la stratificazione una forma di tempo visibile. Ciò che sembrava aver concluso la propria funzione acquisisce una nuova presenza, senza rinunciare alla propria fragilità. È forse questa la forza più profonda della sua ricerca: mostrare che la rinascita non coincide con il ritorno a una condizione originaria, ma con la possibilità di dare una forma nuova a ciò che abbiamo attraversato.


